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Graphos 15-16
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EDITORIALE Graphos 9-10

 

È davvero possibile che la semplice osservazione di una persona ci permetta di cogliere, dal suo esprimersi così come dal suo aspetto somatico, se non addirittura da una semplice occhiata alle sue tracce scrittorie, alcune tipiche peculiarità caratteriali che la riguardano? Ed è davvero possibile compiere addirittura il cammino inverso e risalire all’aspetto somatico-espressivo dell’individuo solo guardando la scrittura di chi vorremmo poter riconoscere? Il fascino di una tale possibilità, se la risposta fosse positiva, non è poco, ed è forse la ricerca di una così attraente opportunità che ha spinto molti ricercatori, nel corso della storia del pensiero scientifico, a trovare valide regole generali di pronta decifrazione.

Se da una parte, più che altro negli storici ambienti illuministico-positivistici, ci si è spinti a minimizzare un fenomeno in sé complesso e per molti versi sfuggente, al punto da ridurlo a facili equazioni deterministiche, tanto suggestive quanto pericolose, dall’altra, memori anche dei danni prodotti in ambito storico-politico dal diffondersi di tali riduttive informazioni fisiognomiste – si pensi a molte delle idee razziste e a molti metodi correttivi precedenti l’ultimo conflitto mondiale, in parte (ahimè) ancora subdolamente diffusi –, la ricerca sul possibile rapporto tra soma e carattere ha senz’altro in gran parte spostato il proprio asse di orientamento verso un più appropriato e condivisibile modo di operare e ricercare. L’accento non è più posto, almeno non solo, sul possibile rapporto lineare tra segno somatico e tendenza comportamentale; soprattutto, non è più questo, o solo questo, a interessare chi si occupa di ‘anelli mancanti’ da rintracciare. Al determinismo pre-scientifico sembra essersi sostituita una consapevolezza della complessità umana, che alleggerisce i toni semplicistici (e rigidi) di una scienza imperativa e che è pronta ad accettare, ritenendoli indispensabili, i presupposti teorici per una ricerca che comprenda più dimensioni disciplinari e diversi livelli di conoscenza.

Con l’avvento di una linea di pensiero più attenta ai processi dinamici dell’uomo, quest’ultimo non è più scomposto in singoli segmenti corporei, come si dilettavano invece a fare i Della Porta o i Lavater, o peggio ancora i Lombroso, al fine di attribuire a quei segmenti altrettanto specifiche tendenze comportamentali. Il soma comincia, piuttosto, a essere considerato parte di una più ampia totalità psico-energetica, una totalità al tempo stesso individuale e relazionale. Sembrava averlo intuito bene il genio di Moretti, la cui tipica modesta naturalezza nasconde, di fatto, un’importante chiave di volta del pensiero scientifico contemporaneo: l’uomo – e nel ribadirlo Moretti non ha mancato di spendere fiumi d’inchiostro – è una totalità biopsichica originale. La consapevolezza di un’inscindibile unità tra soma e psiche (e scrittura) era così connaturata al francescano che a partire da una sola di queste tre realtà gli era del tutto naturale ricostruire (con una perfezione che ha del sovrannaturale) le altre due.

La grafologia somatica – come lo stesso Moretti ama definirla – nasce non a caso in un periodo storico in cui le scienze umane cominciano ad avvertire la necessità di incrociarsi e di modularsi vicendevolmente all’interno di un discorso allargato, che sappia rendere giustizia alla complessità olistica dell’uomo. Quando si cercano di comprendere i misteri della natura umana, il corpo, nella sua concretezza anche espressiva, non può essere dimenticato né lasciato sullo sfondo. Il problema indirettamente sollevato dal Moretti, e mai risolto da lui personalmente, né forse da parte sua risolvibile (nonostante un importante tentativo editoriale), riguarda l’effettivo scarto esistente tra l’eccezionale fiuto nella ricostruzione dei tasselli mancanti, che lo ha reso celebre, e le reali difficoltà per l’adepto morettiano a fare altrettanto, almeno con la stessa infallibilità. Se non altro, bisogna dargli atto di avere aperto un varco nella ricerca grafologica, gettando le basi grafodinamiche per una possibile e ulteriore via di conoscenza dell’uomo, certo non di così facile percorrenza come poteva esserlo per lo stesso Moretti, il quale ‘vedeva’ con un’occhiata l’intero aspetto fisico ed espressivo dello scrivente da un suo qualsiasi prodotto scrittorio. Possiamo allora considerarlo un testimone di questa reale possibilità, anche se dovremmo accontentarci delle sue basilari indicazioni metodologiche per orientarci in una ricerca che consideri l’uomo un’unità psicofisiologica complessa, le cui spinte energetiche devono essere viste come la matrice vitale del suo essere.

È in questa direzione che sembrano essersi mossi gli interventi del presente numero di Graphos, a parte i primi, che sono più che altro a sfondo storico ed epistemologico. Le due giornate di convegno sulla grafologia somatica hanno in effetti cercato di concentrarsi e di ‘dibattere’ soprattutto sui possibili sviluppi scientifici di tale ipotetica applicazione grafologica, un’applicazione difficile, fino ad oggi molto discussa, senz’altro discutibile per come finora è stata trattata, ma indubbiamente affascinante e utile, se gestita adeguatamente, al fine di un migliore impiego dello strumento grafologico quale mezzo di conoscenza della natura particolare e unica dell’individuo.

Roberto Travaglini

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Ultima modifica: 25/06/2010