EDITORIALE Graphos 8
Istinto creativo o metodo nella pratica grafologica? O anche: intuizione o tecnica nel fare grafologia? Il quesito non è semplice e, se si vuole sciogliere un simile dilemma epistemologico, si impone un simposio di propositi speculativi, una ricerca allargata e approfondita sugli aspetti metodologici della sperimentazione grafologica. Si tratta di un dilemma di primaria importanza, soprattutto se si pensa alla difficile posizione occupata oggi dalla grafologia negli ambienti scientifici, dove l’incognita è se essa incarni tutte le proprietà di una possibile realtà scientifica, e più propriamente di una scienza dell’uomo al pari della psicologia o dell’antropologia.
Liberi di proferire norme interpretative improvvisate, di inventare nuovi teoremi di decodifica del linguaggio grafico, di cogliere in modo avventuroso articolati e complessi messaggi metacomunicativi dell’anima di chi scrive o disegna, si corre davvero il rischio di venire etichettati degli abili maestri della divinazione e grafomanti del grande baraccone della New Age. D’altra parte la regola potrebbe inghiottire la spontaneità del grafologo e annichilire la percezione della vitalità dei grafismi, limitando la manifestazione di fruttuosi insight interpretativi. Come denuncia Maslow, l’uomo di oggi rischia di soggiacere alle regole a scapito dei suoi innati potenziali creativi.
Nella soluzione di questo non semplice rebus, ci si trova di fronte a un’ovvietà metodologica imprescindibile, a una modalità professionale che sempre più dovrà essere praticata: non possiamo sottrarci ad anni di studio e applicazione, a un impegnativo e continuativo lavoro di apprendimento e di verifiche, ma neppure possiamo rimanere vincolati al dato astratto e generalista degli imperativi degli sterili e alquanto anacronistici trattati grafologici, per quanto autorevoli e doverosi luoghi di lettura e acquisizione. Non certo un’opposizione o un’amara rinuncia: ci si auspica piuttosto una fusione di due importanti qualità umane, della sensibilità creativa con l’impegno tecnico. L’innata creatività, adeguatamente educata da un progressivo iter acquisitivo e sperimentale, spoglia dei rigidi impedimenti tecnicistici, può farsi artefice di continue e arricchenti scoperte, potendosi immergere libera negli imprevedibili quanto poliedrici costrutti grafici dell’universalità umana. Solo allora la grafologia potrà dirsi «scienza umana».
È interessante constatare che, nonostante le diverse angolazioni individuali e di metodo, quasi sospinti da un’urgenza diffusa, gli Autori delle relazioni che seguono sono giunti consensualmente a questa non trascurabile — e forse anche allarmata — conclusione.
Roberto Travaglini